
Cittadinanza, gli italiani del Sudamerica contro la stretta di Tajani: "Danni morali ed economici, grande delusione"

03/31/2025 02:07 AM
Decenni di stallo rimossi in un giorno. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha risolto la questione cittadinanza con il metodo Trump: il freno a mano alle richieste ritenute non meritevoli presso i Consolati e l’annuncio di un decreto e di due disegni di legge in materia. “Essere cittadino italiano è una cosa seria” e non un “gioco per fare shopping a Miami”: le parole del ministro aprono la stagione di caccia contro i sudamericani che usano la cittadinanza come passe-partout in Usa, Spagna e altrove. È vero: la legge 91/1992 ha subìto lacune e distorsioni con il passare degli anni. Era nata per recuperare i legami perduti con la diaspora degli emigrati nel Secondo Dopoguerra. Ma poi è stata oggetto di affari, con la nascita di alcune entità che hanno reso cercato di lucrare sulle nuove cittadinanze, intasando archivi e consolati con le loro richieste. C'è anche chi ritiene positivo l'altolà del governo. “Non se ne può più – ha raccontato un'archivista, che ha preferito l'anonimato –: i rappresentanti delle agenzie venivano qui in Comune cercando di ricostruire l'albero genealogico, ma con richieste fuori dal mondo. Alcuni cercano avi di eranapoleonica, altri non conoscono neppure il paese di origine dei loro clienti”.
Tuttavia, quella di Tajani non ha le sembianze di una riforma, ma di una strategia repressiva che vuole separare “i veri italiani” da quelli falsi, che non hanno “legami effettivi” e “affettivi” con il territorio. A mancare è “un discorso serio sulla cittadinanza”, come richiesto anzitempo da monsignor Gian Carlo Perego, presidente della FondazioneMigrantes, che ha suggerito “un ripensamento normativo che sappia andare incontro al cambiamento e alla diversità senza negare i diritti fondamentali”. L’annuncio di Tajani ha poi innescato una serie di reazioni a catena. “Se vuoi ragionare seriamente sulla cittadinanza occorre andare in Parlamento, nei modi e nei tempi giusti”, ha detto a ilfattoquotidiano.itFabioPorta, deputato Pd eletto nella circoscrizione dell’America meridionale, che ha contestato l’approccio emergenziale adottato dal ministro Tajani. “Ha cercato di criminalizzare gli italiani all’estero – ha aggiunto – Il problema non è tanto il merito ma il modo con cui è stata presa la decisione: di notte, con un decreto, senza coinvolgere il parlamento né organizzazioni che conoscono la realtà degli italiani all’estero”.
“Ho ricevuto parecchie chiamate in queste ore: c’è grande preoccupazione e delusione rispetto a quanto accaduto”, ha aggiunto Porta sottolineando – per smentire Tajani – che gli italiani all’estero “non gravano sul Sistema sanitario nazionale in quanto non in possesso della tessera perché non residenti in Italia. Occorrerebbe ammettere invece che abbiamo bisogno di tutti, perché stiamo affrontando un serio problemademografico“. Le modalità del ministro Tajani sono state criticate anche da ClaudioMitrica, titolare di un’agenzia con sede a SorianoCalabro (Vibo Valentia), che opera in rete con gestori del Sudamerica. “Molta gente arriva qui su indicazione del proprioavvocato, ma la maggior parte viene grazia al passaparola: ci impegniamo per dare loro una mano, anche rimettendoci”. Per Mitrica la scelta del governo, fatta senza “senza preavviso, sta già provocando danni morali ed economici e colpisce i diritti di molti sudamericani con origini italiane. Ci sono situazioni in sospeso e i consolati hanno già smesso di rispondere”.
“Conosco persone che vendono le loro terre per venire in Italia, e investono quel poco che hanno per vedere crescere i loro figli in Italia”, ha raccontato a ilfattoquotidiano.it, aggiungendo che le agenzie continueranno a lavorare “anche con i richiedenti di seconda o terza generazione”. Per Claudio Mitrica è una questione di orgoglio: “Qui non facciamo solo affari, ma costruiamo il futuro di molte famiglie: offriamo alloggi, le aiutiamo a trovare un lavoro o le accompagniamo nell’inserimento scolastico dei figli. Altrimenti i nuclei sarebbero disorientati una volta arrivati in Italia”. Sulla vicenda è intervenuto anche PabloMalagoli, gestore di uno studio con sede a Buenos Aires che ricorda l’accoglienza offerta agli italiani giunti in Argentina nelle diverse ondate migratorie: “Sono stati ben accolti, hanno potuto lavorare qui e ora che molti discendenti vorrebbero tornare si vedono sbattere la porta in faccia”. Per Malagoli le parole di Tajani sono state “un colpodurissimo: c’è gente che ha già completato il plico e aveva turno presso il consolato, mentre qualcun altro aveva addirittura preso un volo per fare tutto l’iter in Italia e ci sono migliaia di casi in attesa di sentenza”.
Quanto ai circa 60mila argentini, brasiliani e venezuelani citati dal ministro degli Esteri come recenti beneficiari della cittadinanza, Malagoli ricorda che provengono tutti da “contesti incrisi e certamente desiderano trasferirsi in luoghi in cui si vive meglio”. Preoccupano casi come quello di VictoriaFerrari, che aveva già prenotato un volo per Roma per metà giugno: “Volevamo recarci nel nostro comune di origine con le carte in mano e sbloccare la situazione”. Ci aveva provato prima, presso il Consolato di BuenosAires, ma senza esito positivo. “Abbiamo subito un danno, perdendo anche risorse economiche. E ora siamo smarriti”. Situazioni simili a quelle di cui parla MercedesVasquez, dell'associazione "Insieme per il Venezuela" con sede in Italia, che racconta di aver ricevuto “diverse richieste da persone preoccupate per la situazione. Molti sono in sospeso, con appuntamenti già fissati presso il Consolato italiano di Caracas, esami di lingua superati e procedure in fase di avvio”. È il caso di MarianaRodríguez, che ha richiesto la cittadinanza italiana dopo più di dieci anni di matrimonio. “Sono madre di due figli e resto l'unica non italiana nel mio nucleofamiliare – ha commentato, descrivendo anche la crisi umanitaria del Venezuela – Il 5 aprile ho l'appuntamento al Consolato, però le nuove disposizioni esigono due anni di residenza in Italia per poter ottenere la cittadinanza. E non abbiamo soldi per partire adesso”.
Ma a Caracas c'è anche chi ritiene necessaria la riforma. “Occorreva fermare gli abusi”, ha detto UmbertoCalabrese, direttore di Agorà Magazine e del giornale italo-venezuelano Piazza Italia, che ha ricordato “il caso dei cinque passaporti consegnati a militanti di Hezbollah” e altri eccessi commessi in passato. Calabrese ha sottolineato inoltre la riduzione “da dieci a due anni di residenza richiesti a chi ha perso la cittadinanza per nazionalizzazione o per altri motivi”. L’editore rivendica la profondità dei legami tra Roma e Caracas, che risalgono a inizio '800 con le guerre d'indipendenza di Simón Bolivar: “L'identità culturale non si perde, ma viene meno la possibilità di fare la vacanza per chi solo adesso chiede di diventare italiano”. Tra i sostenitori dell'attuale maggioranza c'è anche chi chiede un ripensamento della riforma. “Ho sempre confidato nella premier e nel suo impegno per far ripartire l'industria, ma gli italiani all'estero non vanno abbandonati”, ha commentato CalogeroAlaimo, medico e imprenditore. “Io mi sento italiano, e sono orgoglioso delle mie radici così come altri connazionali che vivono qui” ha detto Alaimo, anche se è nato all'estero. “L'italianità è nel sangue e il senso di appartenenza va preservato, non eliminato – ha aggiunto, chiedendo politiche piùaccoglienti – Non si possono chiudere le porte né agli italiani all'estero, né ai migranti che arrivano in Italia”.
Mentre si discute sulla nuova riforma, il quotidiano argentino La Naciónmette in risalto le contraddizioni dell’attuale maggioranza, ricordando il varco apertosi al mandatario di BuenosAiresJavierMilei, che ha recentemente acquistato la cittadinanzaitaliana su iniziativa di PalazzoChigi. Non accade lo stesso ai circa 1,2 milioni di ragazzi nati in Italia ma ancora in attesa di vedere riconosciuta la propriacittadinanza. Stranieri nati qui, insomma, che vantano anche quei legami “effettivi” ed “affettivi” di cui parlava lo stesso Tajani. “È difficile trovarsi in questa via di mezzo”, racconta Juan Pérez (nome di fantasia), giovane diciottenne nato in Italia da genitoriperuviani. “Si è sempre visti come stranieri: a scuola, a lavoro e anche nella pubblicazione. A qualcuno non basta che io sia nato e cresciuto qua: la pelle scura e gli occhi a mandorla sono sempre visti come qualcosa di estraneo”.
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