Mediobanca ha paura che Caltagirone e i Del Vecchio scalino tre istituzioni chiave e scrive alla Bce

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“I nostri azionisti faranno le loro scelte in base al criterio della convenienza, non della politica”. Così parlava, non più tardi di 10 giorni fa, il gran capo di Mediobanca, Alberto Nagel, intervenendo alla Morgan Stanley European Financials Conference sulla possibilità che gli interessi politici abbiano la meglio sul business nell’offerta ostile che il Monte dei Paschi di Siena ha lanciato sulla “sua” Mediobanca. “Penso che alla fine, ma anche all’inizio, il fattore chiave per decidere se aderire o meno all’offerta sarà la proiezione dei numeri, la storia del titolo, la decisione sul rischio che si vuole correre investendo in un’azione o nell’altra”, ha detto sicuro di sè Nagel.

Tutto bene dunque? Non proprio se nel frattempo Mediobanca, come ha scritto il Financial Times lunedì 31 marzo, ha fatto una segnalazione alla Banca Centrale Europea sui suoi due principali azionisti, Francesco Gaetano Caltagirone e gli eredi Del Vecchio, perché è preoccupata del fatto che siano in procinto di prendere il controllo di tre delle principali istituzioni finanziarie italiane senza passare per il via libera della vigilanza. L’ipotesi sarebbe stata illustrata alla Bce nel mese di marzo con una presentazione che sottolinea come, in caso di buon esito dell’offerta, Delfin e Del Vecchio potrebbero avere in mano contemporaneamente Montepaschi, Mediobanca e le Generali che al momento hanno come primo azionista Piazzetta Cuccia.

Com’è noto, la partita tra Mediobanca e i due azionisti miliardari che sono soci sia di Piazzetta Cuccia che delle Generali, va avanti da anni nel corso dei quali Nagel è sempre riuscito bene o male a tenere botta. Il risiko bancario, le velleità politiche di controllo del potere economico-finanziario e le fughe in avanti dell’amministratore delegato uscente delle Generali, Philippe Donnet, hanno fatto da detonatore per un’esplosione dello scontro a livelli fino a pochi mesi fa impensabili: dopo che i Del Vecchio e Caltagirone sono entrati in Montepaschi accanto al ministero dell’Economia, da Siena è partita un’offerta d’acquisto per la banca d’affari milanese. L’operazione com’è noto è graditissima al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Altrettanto non si può dire del cda di Mediobanca che l’ha sonoramente bocciata a più riprese e in tutte le salse. A causa dell’incrocio di partecipazioni, se l’offerta andasse in porto i due “rottamatori”, in pieno stile italico, potrebbero influire su un totale del 29% di Trieste pur possedendone solo il 16 per cento. Qui, riferisce il Financial Times, sta il cuore della segnalazione di Mediobanca alla Bce che punta sulle possibili falle che si creerebbero nella governance di Trieste “per l’influenza eccessiva che gli investitori potrebbero ottenere dalla catena di investimenti collegati“. Cioè, in altre parole, per i benefici che i due azionisti potrebbero trarre dalle proprietà delle Generali se non dovessero avere alcun argine in consiglio di amministrazione. Che sono poi alcune delle accuse che Caltagirone aveva rivolto a Mediobanca tre anni fa.

Solo che nel caso di Caltagirone e dei Del Vecchio, sostiene Mediobanca, c’è il sospetto del cosiddetto concerto, cioè del fatto che i due agiscano all’unisono senza averlo notificato alle autorità con tutto ciò che ne consegue. Ovviamente gli interessati negano. D’altro canto dimostrare che ci sia concerto tra due o più azionisti è operazione molto complessa se non quasi impossibile. Anche Generali ha fatto una segnalazione alla vigilanza dei mercati, la Consob, e a quella delle assicurazioni, l’Ivass, sul concerto che legherebbe i suoi azionisti Caltagirone e Delfin nelle partita che non riguarda solo il gruppo assicurativo, ma coinvolge a monte anche Mediobanca e Mps. Ma la vigilanza, si fa notare, di questi tempi è sommersa da esposti e segnalazioni. E lo Stato? “Lo Stato guarda tutto questo: è spettatore interessato, ma non è arbitro né giocatore”, dice Federico Freni a chi gli chiede lumi sul ruolo del Mef, primo azionista di Mps, in vista dell'assemblea del Monte sull’offerta su Mediobanca. E lo dice lui che da sottosegretario di Stato al ministero dell’Economia sta seguendo, tra il resto, la riforma del Testo unico della finanza.

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