"Non mi sono mai piaciuto, quando entro in bagno spengo la luce. Il rifiuto a Berlusconi? La vita è corta, non voglio fare robetta": Gabriele Lavia, 6

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Sessantacinque anni di carriera sul palco teatrale e ancora quella passione, quella energia, quella magia, anche solo nel timbro di una voce intramontabile. Ascoltare l'82enne Gabriele Lavia sembra come ripassare i fondamentali dell'intonazione, delle pause, del ritmo nel recitare. Lo raggiungiamo al telefono quando stanno finendo le repliche della sua versione di Lungo viaggio al termine della notte di Eugene O'Neill al Piccolo di Milano e stanno per iniziare all'Ebe Stignani di Imola.

Lavia, c'è sempre un anniversario per un'intervista…
Questa volta è quello della mia morte?

Scherzerà? Lei ri-nasce ogni giorno che sale sul palco…
Magari.

Quanti sono gli anni di carriera?
Non so, tanti… dovrei fare un conto: in che anno siamo? 2025? Credo sessantacinque.

Qual è stata la sua prima recita?
Avevo 6 anni. Facevo san Giuseppe e mi ricordo ancora la parte, ma non mi ricordo più la parte che devo fare stasera. Questo è il vero problema… Le prime battute erano: "Consolati Maria del tuo peregrinare, siamo giunti, ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell'osteria potremmo riposare che troppo stanco sono e troppo stanca sei". Le intonazioni non sono le mie, ma quella della maestra. Non voglio appropriami del talento altrui, sicuramente sono intonazioni più belle di quando recito io.

Con questo Lungo viaggio verso la notte ha sostenuto di aver tradito O'Neill…
Guardi, ogni trasferimento è un tradimento. Tradire vuol dire trasportare. Siamo condannati costantemente a tradire. Un attore, ad esempio, e non parliamo del regista.

Nel dramma di O'Neill il protagonista maschile è un anziano attore che però viene ricordato per lo stesso ruolo…
La vera protagonista è però quella femminile. Lei è vittima del teatro, si è innamorata al primo sguardo di questo attore. Il teatro l'ha rovinata perché ha seguito il marito in giro per le tournèe in alberghi e ristoranti orribili, in teatri luridi. Un vita che non è bellissima e che all'epoca di O'Neill doveva essere ancor più precaria".

Nella sua carriera ha mai recitato in teatri luridi?
Molte volte, talora luridissimi. Oggi non più. C'erano tournée terrificanti dove si andava in paesini sperduti a recitare. Da molti anni non ci vado più. È la fortuna di essere vecchi.

Ha rimpianti nella sua vita d'attore?
Non per qualche parte specifica, ma per aver potuto far meglio una parte. Ho avuto molta fortuna e ho capito presto che non dovevo aspettare la scrittura. Attenderla vuol dire vivere in una perenne angoscia. L'attore però è un essere in attesa: attende di dire una battuta in scena al tempo giusto o che qualcuno gli telefoni per offrire una parte. Io da molti anni mi costruisco le cose che debbo fare. Sarà ancora per pochi anni. Come scrisse Pascoli: "Giungemmo: è il fine. O sacro araldo. Squilla". Ecco, io sento l'araldo che sta squillando.

Un suo collega e amico, Umberto Orsini, in un recente video su Instagram dice: "Il teatro è una noia tremenda. Se vedi un brutto spettacolo non vai più per mesi".
Sono d'accordo. Umberto ha sempre quest'aria vagamente cinica per autodifesa poi però è una delle persone più generose che abbia mai incontrato.

Orsini diceva anche: "Al pubblico oggi piace tutto, una volta non era così".
Non saprei, ci devo pensare. Da diversi anni recito perché vorrei ogni volta essere meglio della sera prima, ma mi accorgo che non ci riesco. Da molti anni il pubblico lo sento e non lo sento. Recito come se il pubblico non ci fosse. Non bisogna recitare per il pubblico, bisogna recitare con il pubblico. Salvo Randone entrava in scena è tutto il pubblico stava con lui. Tino Carraro uguale. Giorgio Albertazzi invece era uno che doveva lottare sempre fino alla fine. Non ho mai sentito il palcoscenico come un mare tranquillo, ma sempre turbolento, con nuvole minacciose. Il mio mare non è mai stato una "tavola blu".

Lavia spettatore. Nel 1963 assieme a Piero Fassino vide a Torino "Vita di Galileo" di Giorgio Strehler…
Ha sconvolto la mia anima, non avevo mai veduto niente di così. Pensai: questo è il teatro, la perfezione, il rigore, il talento, la meraviglia. L'ho visto 12 volte. Nel frattempo mi ero iscritto all'Accademia d'arte drammatica. Ero diventato amico di Tino Buazzelli, protagonista in scena. "A Gabriè stai sempre qua nun te sei rotto li cojoni?.

Il teatro è, banalmente, ripetizione…
Buazzelli era un attore genio di potenza inaudita ma non era in grado di ripetere, non era rigoroso, non aveva la struttura di un Carraro dove le differenze tra uno spettacolo e l'altro erano dettagli inavvertibili. Il rigore verso la regia è corretta o una specie di follia sul palcoscenico una sera in un modo una sera in un altro come se si stesse suonando il jazz? L'opera del teatro è un'arte collettiva e siccome il collettivo cambia sempre probabilmente la vera intima essenza del'essere teatro è di cambiare continuamente. Poi viene il regista e dice: mi avete rovinato lo spettacolo.

Dagli anni sessanta/settanta sono emersi i grandi registi/autori di nuove tipologie di messa in scena…
Una storia è andata in quella direzione. La domanda è se quella direzione è l'arte o è solo giusta? Chi ci dice se la giustizia è la perfezione?.

Una volta lei disse: "Il teatro alternativo è alternativo al teatro". Si riferiva alla divisione che ha rivoluzionato il teatro tra testocentrismo e scenocentrismo?
A volte ho visto spettacoli bellissimi, ma diversi dalla mia formazione. Per me il teatro è il testo, e la messa in scena di un testo. Nella mia vita ho avuto la fortuna, o la disgrazia, di aver messo in scena testi molto molto, ma molto importanti. E questo vuol dire avere un complesso di inferiorità costante rispetto al testo messo in scena. Come faccio ad essere grande come Macbeth o Enrico V? Questo mi piace. La vita è corta e non voglio perdere tempo a fare robetta.

Berlusconi la volle direttore artistico del Teatro Manzoni di Milano nel 1978, ma lei rifiutò..
Probabilmente è stato l'errore più grande della mia vita.

Col senno di poi…
Vede, il Manzoni è basso e il mio teatro ha un problema: deve essere alto. Il mio boccascena deve essere molto alto e il Manzoni ha un boccascena molto basso. Berlusconi all'epoca mi disse: "Non è possibile è il salotto di Milano". "Guardi", risposi, "sarà il salotto di Milano, ma è un salotto un po' bassino", e lui: "Ma non è possibile". Il giorno dopo mi telefona: "sono stato questa mattina alle 6 a vedere il Manzoni e ha ragione lei: il teatro è molto basso. Purtroppo non si può alzare perché sopra al palco non possiamo intervenire, ma (piccola pausa ndr) possiamo abbassare tutta la platea!" Io risposi di no. Ed è stato il più grande errore della mia vita, e lo sa perché? Lui avrebbe fatto abbassare il Manzoni e probabilmente Milano avrebbe il teatro più bello della città.

In questi giorni recita al Teatro Strehler di Milano: la sala è buona ha problemi?
Guardi, Strehler è il più grande uomo di teatro che ha avuto il nostro paese, ma odiava quel teatro. Ogni tanto l'architettura deve sottostare a regole precise. Il teatro è quel luogo dove da tutti i posti si deve vedere più o meno allo stesso modo. Allo Strehler se ti metti di lato, mezzo spettacolo nemmeno lo vedi. Il teatro è il luogo della verità, è qualcosa che ha formato l'uomo, mentre spesso gli architetti non sanno un cavolo di teatro. Me lo ricordo Strehler: era disperato, avrebbe voluto uccidere l'architetto del Piccolo. Gli diceva: "Ma cosa sta facendo?".

L'ho rivista in una trasmissione di Pippo Baudo dove presentava con la sua ex moglie, Monica Guerritore, un suo film (vietato ai minori) intitolato Scandalosa Gilda. Non può nasconderlo nei primi anni ottanta lei era una sorta di Brad Pitt: veniva ritratto nudo e ha usato anche la sua bellezza fisica.
"Sono sincero: io non mi sono mai piaciuto. Quando entro in bagno spengo la luce. E le dirò che trovo una naturale antipatia anche verso me stesso".

Tra gli anni settanta e ottanta fece parecchio cinema…
"Ma no, giusto qualche filmetto…"

Profondo Rosso (1975) è uno degli horror più visti del cinema italiano…
"Avevo un piccolo ruolo, ma ha avuto una grande eco. Profondo rosso fu una innovazione interiore anche per Dario (Argento ndr). In quel periodo stavo girando anche uno sceneggiato – Marco Visconti – per la Rai ed ero travolto dalla fatica. Profondo rosso lo giravo di notte, lo sceneggiato di mattina. Un giorno il mio medico mi diede delle pilloline. Mi disse: 'ma la prendi adesso e non le prendi più'. Io non sono uno portato alle droghe, non ho nemmeno curiosità di sperimentarle, pur appartenendo all'epoca in cui sperimentarle era chic.

Insomma, aveva bisogno di tenersi su…
"Non dormivo mai. C'era da uscire pazzi"

Con Pupi Avati ha girato Zeder (1983), un altro horror…
Pupi è una persona dolcissima. Ha un garbo, è calmo e rigoroso. Una persona con un talento raro e discreto. Una persona gentile. E non è poco.

Che cosa ricorda di quel set?
"È un film speciale perché c'è qualcosa, in un certo momento, che ad Avati è come sfuggita di mano, anzi dal cuore. Qualcosa in più oltre la storia, di carattere affettivo".

Appena scoppiata la guerra russo ucraina è scoppiata anche una russofobia verso l'arte e gli autori russi che lei spesso porta in scena…
Non possiamo dire che Tolstoj, Cechov, Dostoevskij sono russi perché appartengono all'universo, all'essere umano. Non è stato odio contro di loro quello che si è sviluppato all'inizio della guerra russo-ucraina, ma disapprovazione assoluta verso il comportamento del capo assoluto della Russia odierna. La storia ci dice che tutto questo si ritorcerà contro a colui, o coloro, che l'hanno provocato. È successo con l'impero romano, figuriamoci. Dobbiamo solo aspettare.

Tutto questo desiderio di riarmarsi di alcuni stati europei non le fa paura?
Stiamo andando in una direzione pericolosa da cui non sembra si possa più tornare indietro. Ci vuole un gesto di volontà, di buona volontà. Penso sia necessario un pensare, un ritornare al pensiero.

FOTO: Filippo Milani

L'articolo “Non mi sono mai piaciuto, quando entro in bagno spengo la luce. Il rifiuto a Berlusconi? La vita è corta, non voglio fare robetta”: Gabriele Lavia, 65 anni di carriera da Shakespeare a Profondo Rosso proviene da Il Fatto Quotidiano.

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