
Suicidio assistito, la gip di Firenze "contro" la Consulta: non archivia Cappato e due attiviste

03/24/2025 09:14 AM
Una decisione non inaspettata, ma che potrebbe incidere pesantemente sul percorso delle decisioni sui casi di suicidio assistito. La giudice per le indagini preliminari di Firenze – di fatto opponendosi a una decisione della Consulta proprio sul caso specifico del 18 luglio scorso – ha respinto la richiesta di archiviazione per Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, indagati per aver aiutato Massimiliano, un 44enne toscano malato di sclerosi multipla, a raggiungere la Svizzera dove poter morire avvalendosi della pratica del suicidio assistito.
Si tratta della stessa magistrata che il 24 gennaio del 2024, che inviò gli atti alla Consulta, perché decidesse sulla costituzionalità di uno dei requisiti stabiliti dagli stessi giudici con la storica decisione del 2019 sul caso DjFabo-Cappato. Insomma una contrapposizione inedita. Il no alla chiusura del fascicolo si accompagna ovviamente all'ordine di imputazione coatta di cui si dovrà occupare la procura e cui sono stati rinviati gli atti. La gip ha disposto che il pubblico ministero, entro 10 giorni, formuli l'imputazione coatta a carico dei tre indagati per aiuto al suicidio è punito da cinque a dodici anni di carcere.
Cosa aveva deciso la gip –La gip si Firenze aveva rilevato che il paziente si trovava in una condizione di acuta sofferenza, determinata da una patologia irreversibile e aveva formato la propria decisione in modo libero e consapevole (3 dei 4 requisiti stabiliti dalla Consulta nella sentenza del 2019), ma non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. Il gip pertanto ha ritenuto che non sussistessero tutte le condizioni di non punibilità del suicidio assistito fissate dalla Corte e aveva chiesto alla stessa Consulta di rimuovere il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, ritenendolo in contrasto con i principi costituzionali di eguaglianza, di autodeterminazione terapeutica, di dignità della persona, nonché con il diritto al rispetto della vita privata riconosciuto dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Nel giudizio di legittimità costituzionale è stato ammesso l'intervento anche di due donne affette da analoghe patologie, a sostegno delle questioni prospettate.
L’associazione Coscioni –Secondo quanto riporta l'associazione Coscioni nella sua ordinanza la gip stabilisce che, nonostante la Corte costituzionale abbia ampliato l'interpretazione del concetto di “trattamento di sostegno vitale” proprio sul caso di Massimiliano, il 44enne non poteva essere considerato mantenuto in vita da un trattamento di sostegno vitale in quanto, come si legge nell'ordinanza, occorre la “necessità dello stretto collegamento con la natura vitale dei trattamenti di sostegno, al punto che la loro omissione o interruzione determinerebbe prevedibilmente la morte in un breve lasso di tempo”. La gip – sempre secondo l'associazione Coscioni – ha anche rilevato che, come stabilito nella sentenza 135 del 2024, la Corte costituzionale ha sottolineato la necessità di una valutazione da parte di una struttura pubblica del sistema sanitario nazionale. In altre parole, ai fini di stabilire se Massimiliano rientrasse nei requisiti previsti dalla legge italiana, “si nega l'equivalenza della verifica delle condizioni del paziente fatta in Svizzera rispetto a una verifica fatta in Italia”.
La sentenza del 18 luglio 2018 –La Corte costituzionale – decidendo proprio sul caso di Firenze – aveva ribadito che i requisiti per l'accesso al suicidio assistito restano quelli stabiliti dalla sentenza n. 242 del 2019 (quella sul caso di Dj Fabo) ma aveva precisa che la nozione di "trattamenti di sostegno vitale" deve essere "interpretata dal servizio sanitario nazionale e dai giudici comuni in conformità alla ratio" di quella sentenza. La Consulta spiegava che la sentenza di 5 anni fa "si basa sul riconoscimento del diritto fondamentale del paziente a rifiutare ogni trattamento sanitario praticato sul proprio corpo, indipendentemente dal suo grado di complessità tecnica e di invasività". E sottolineava che "la nozione include quindi anche procedure – quali, ad esempio, l'evacuazione manuale, l'inserimento di cateteri o l'aspirazione del muco dalle vie bronchiali – normalmente compiute da personale sanitario, ma che possono essere apprese anche da familiari o "caregivers" che assistono il paziente, sempre che la loro interruzione determini prevedibilmente la morte del paziente in un breve lasso di tempo". Quindi non solo, in senso stretto, il macchinario che tiene in vita il paziente.
Cappato – “La nostra è stata un'azione di disobbedienza civile. Con Chiara Lalli e Felicetta Maltese ci eravamo autodenunciati perché eravamo, e siamo, pronti ad assumerci le nostre responsabilità, nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura, e nella totale inerzia del Parlamento. Continueremo – fa sapere Marco Cappato – la nostra azione fino a quando non sarà pienamente garantito il diritto alla libertà di scelta fino alla fine della vita, superando anche le discriminazioni oggi in atto tra malati in situazioni diverse”.
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