
I soldi degli evangelici americani per portare gli ebrei in Israele. Così la terra promessa diventa un prodotto Usa

03/28/2025 03:04 AM
Tel Aviv potrebbe accogliere un milione di olim, ovvero di ebrei che da diverse parti del mondo emigrano in Israele, anche fra pochi anni. Il loro eventuale arrivo farebbe lievitare la popolazione israeliana di circa il 10%. La stima è stata data dal presidente dell’Agenzia ebraica Doron Almog, che tra le cause sottolinea l’aumento dell’antisemitismo a livello globale e la crescita della società israeliana nonostante la guerra su più fronti. L’Agenzia offre tutela, orientamento e reti di appoggio agli aspiranti olim. Ha facilitato il rientro di oltre 260mila persone dal 2010. Loro, i “nuovi arrivati”, discendono da madre ebrea o sono persone convertite all’ebraismo. Soltanto nel 2024 ne sono arrivati 32mila, di cui 11mila solo dagli Stati Uniti. Godono di uno status speciale una volta arrivati a destinazione: alloggio durante i primi mesi, assistenza sanitaria, sussidi, sconti fiscali e altri benefici. Elementi che rientrano nella cornice della Legge del ritorno approvata dal 1950 e che alcuni settori della Knesset vorrebbero riformare.
“Stiamo tornando a casa”, dice Benjamin Goldberg al fatto.it contestando il termine “trasferimento” per rivendicare una continuità “genealogica con il territorio israeliano”. A 27 anni ha abbandonato gli Usa nel nome dell’aliyah, cioè il rientro degli ebrei alla terra madre (che comprende anche i territori palestinesi). Ma a dire il vero l’aliyah, che ha origini settecentesche, ora si presenta come prodotto a stelle e strisce. E il suo main sponsor sono le Chiese evangeliche, anziché le diaspore (sempre più laiche, plurali, critiche). Basta citare il contributo di personalità come Yechiel Eckstein, dell’International Fellowship of Christian and Jews, che ogni anno dona 170 milioni per il ritorno degli olim. C’è poi una rete che si estende all’International Christian Embassy Jerusalem (Icej) parla di “nuova ondata” e promette di assistere “il maggior numero possibile di nuovi migranti in Israele“. Quello dell’ultradestra evangelica è quindi un sostegno “appassionato e inequivocabile”, per dirla con le parole di Ron Dermer, ministro degli affari strategici di Tel Aviv.
Gli evangelici sono stati anche il primo gruppo incontrato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu durante la sua ultima visita in Usa, lo scorso febbraio. “Che il nostro meeting si svolga prima di quello con il presidente Trump e altre cariche è segno dell’amicizia storica che esiste tra Israele e i cristiani d’America”, ha allora commentato il pastore Jentezen Franklin.
Era presente anche John Hagee, fondatore di Cristiani uniti per Israele (Cui). L’organizzazione vanta dieci milioni di iscritti. “Il gigante del sionismo cristiano è sveglio”, ha commentato Hagee in vista del summit per il ventesimo anniversario che si terrà quest’estate a Washington, proprio a Capitol Hill. Parlando di “ordine divino”, Hagee dice di sostenere Israele perché “la Bibbia dice: benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà”. Già in passato lo stesso pastore si è riferito ad Adolf Hitler come “mandato da Dio” affinché il popolo ebreo raggiungesse la terra promessa. Gruppi come quello di Hagee sostengono la continuità tra l’antico Israele e l’attuale Stato nazione, che è il destinatario delle Scritture. L’aliyah è quindi il presupposto per la venuta del Messia. Tesi sostenuta anche dal controverso pastore Benny Hinn, tra i primi sponsor del turismo in Israele, che parla di Israele riferendosi anche a Gaza e Cisgiordania. Non mancano poi le piattaforme online dedicate a facilitare il ritorno delle comunità ebree: Return ministries e la rete Keren Hayesod supportano anche economicamente “il popolo eletto” affinché “possa rivedere la terra promessa“.
Oltre al sostegno finanziario, le piattaforme offrono corsi di formazioneculturale e religiosa e consigli pratici per la vita quotidiana in terre israelo-palestinesi. L’invito di Tel Aviv agli olim è quello di abitare le regioni di periferia – a nord e sud – in Cisgiordania. A tale scopo i ministri per l’aliyah e l’integrazione Olif Sofer e per le finanze Bezalel Smotrich hanno varato, a metà febbraio, un piano finanziario da 19 milioni di dollari per le famiglie destinatarie. Nelle stesse settimane, la National Religious Broadcaster Convention e altri membri della Camera hanno sostenuto di opporsi “all’uso erroneo del termine West Bank per descrivere la terra biblica al cuore dell’Israele biblico” e ha chiesto all’amministrazione Usa di ribattezzare la regione “Giudea e Samaria”. Pretesa non più folle, dopo che Trump ha deciso di rinominare Golfo d’America in Golfo del Messico. Ma anche a seguito della revoca delle sanzioni applicate dal suo predecessore Joe Biden ai coloni in Cisgiordania, che sono oltre 500mila. L’ultradestra cristiana sostiene anche di “difendere l’integrità dello Stato ebraico e offrire assoluto supporto alla sovranità israeliana su Giudea e Samaria”. E il traguardo è quasi raggiunto. Basti pensare che nel 2024 Tel Aviv ha confiscato 23 chilometri quadrati di terra in Cisgiordania e demolito quasi 2mila unità abitative appartenenti a cittadini palestinesi per “assenza di permessi”, causando 4.527 sfollati e 612 vittime. I permessi non sono poi facili da ottenere, come testimonia il fondatore di Tent of Nations, Daoud Nassar, a ilfatto.it, che da quasi trentaquattro mantiene una battaglia legale “per evitare la confisca delle terre” da parte dell’amministrazione israeliana. Per Nassar l’alternativa è quella di “resistere, incanalare il dolore e trasformarlo in proposte positive”. E ancora: “Non bisogna sedersi a piangere, né abbonare. E nemmeno cedere alla violenza”.
Dall’ottobre 2023 a oggi nei territori occupati sono state costruite 20mila unità abitative ed è stata approvata la costruzione di altre 10mila. “La linea che distingue la violenza dei coloni da quella dello Stato si sta sbiadendo e prima o poi scomparirà”, ha detto l’alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk denunciando l’impunità che dilaga in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. L’Onu ritiene che il trasferimento della popolazione civile israeliana nei territori occupati equivalga a un crimine di guerra. Ma per Washington il volume dei sermoni è più alto della flebile voce del Palazzo di vetro. Almeno in termini di voti e soldi.
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