
"Italia? Un Paese per uomini, ma non per padri o madri. Le donne ancora ai margini": l'analisi del WeWorld Index

03/25/2025 09:40 AM
In Italia le donne sono il gruppo sociale più vulnerabile, marginalizzato ed esposto alla violazione dei diritti umani. Le lacune sono soprattutto al Sud, ma riguardano tutto il Paese e toccano i servizi (dagli asili nido ai centri antiviolenza fino alle offerte culturali), ma soprattutto il mondo del lavoro. A sostenerlo è il We World Index 2025, il rapporto della ong che opera anche in Italia e che, per il quarto anno di seguito, ha deciso di fare un focus sulla condizione di donne, bambini e giovani nel nostro Paese. La fotografia che ne esce? Una donna e un minore su quattro vivono in Regioni con uno scarso accesso ai diritti fondamentali. E secondo lo studio, sono le donne a registrare la performance peggiore (42,4 su 100). A stare peggio sono coloro che vivono al Sud e hanno figli: il tasso di occupazione per loro non va oltre il 69,5 per cento (in Sicilia scende addirittura al 52%).
Le differenze tra Regini: ecco la classifica – “Sorprende che i dati lascino ancora sorpresi”, ha detto Martina Albini, responsabile del centro studi di WeWorld nella diretta di presentazione con ilfattoquotidiano.it. L’allarme è generale: se le cose vanno peggio nelle Regioni del Sud, anche al Nord sono rarissimi i casi dove si cominciano a toccare livelli accettabili di tutela dei diritti fondamentali. “Mentre alcune aree mostrano progressi significativi, altre continuano a lottare con gravi disuguaglianze”, si legge nel WeWorld Index 2025. A guidare la classifica – ed è una conferma – è la Provincia Autonoma di Trento che ottiene un punteggio di 67,4 (su 100). Seguono Friuli-Venezia Giulia (65) e Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (63,7), che mostrano parametri in miglioramento rispetto al 2018. Poi arriva la Toscana che passa dal nono al quinto posto (63,3). I parametri precipitano al Sud: Sicilia (38,1), Campania (39,3) e Calabria (41,6) si piazzano agli ultimi posti, con margini di miglioramento troppo esigui per superare le difficoltà. Infine, Puglia e Basilicata sono rispettivamente al 17esimo e 18esimo posto con punteggi di 42,9 e 42,5. A pesare c’è, tra le altre cose, il fatto che la copertura dei servizi socioeducativi è bloccata al 17,3 per cento: un dato molto basso se si considera che l’obiettivo europeo è fissato al 45%. Questo rende impossibile (o almeno molto difficile) conciliare lavoro e famiglia, costringendo di conseguenza le donne a stare a casa. Non da ultimo, osservano dal centro studi We World, c’è da considerare il fatto che le donne continuano a essere escluse dalla partecipazione politica e proprio lo scarso coinvolgimento nei luoghi decisionali ha una diretta conseguenza sulle loro condizioni.
Male anche per lo scarso sostegno alle famiglie – La ong ha deciso di lanciare il WeWorld Index a pochi giorni dalla festa del papà: una concomitanza voluta per richiamare la necessità che si parli di un nuovo modo di affrontare la genitorialità, così da coinvolgere sempre di più anche gli uomini. Perché solo così si può sperare in un cambiamento sociale. “Dobbiamo superare l'idea che esista una sola forma di famiglia e che il lavoro di cura sia un compito esclusivamente femminile”, scrivono ancora le esperte. Che denunciano: “L’Italia continua a non sostenere adeguatamente le famiglie”. A essere messe sotto accusa sono “la mancanza di politiche efficaci per sostenere i genitori” che “limita l’accesso ai servizi” e contribuisce a rendere difficile “conciliare la vita privata con quella lavorativa”. “La genitorialità condivisa è un bene per tutti e tutte, ma in Italia manca ancora un reale impegno in questa direzione”, sostiene il rapporto. Ad esempio, il congedo parentale per i padri “resta ancora un privilegio per pochi, insufficiente e scarsamente utilizzato”: gli uomini che ne usufruiscono sono aumentati (dal 19,25% nel 2013 al 64,5% nel 2023), ma il sistema è ancora sbilanciato. E l’effetto è che il peso del lavoro di cura è tutto sulle madri. Questo perché l’Italia “non è un Paese a misura di donne e minori”, ma, alla luce dei dati raccolti di WeWorld, “neanche a misura dei padri”. Al massimo, dicono. “è un Paese a misura di uomini“. “Servono politiche strutturali, non misure spot, che garantiscano pari opportunità a donne, bambine e bambini, a partire da un accesso equo ai servizi educativi e sanitari e da un impegno concreto per redistribuire il lavoro di cura", ha dichiarato Dina Taddia, consigliera delegata della ong.
Il sondaggio Ipsos – A sostegno dell’analisi, WeWorld cita anche un sondaggio realizzato insieme a Ipsos su 1100 lavoratori e lavoratrici italiane e che aiuta a identificare le grandi disuguaglianze di genere presenti nel mondo del lavoro. Il 64% degli intervistati, ad esempio, dice di non avere la possibilità di lavorare in smart working: una norma che, automaticamente, penalizza le donne che hanno bisogno di maggiore flessibilità. E, in generale, a non farne uso sono il 23% degli uomini e il 14 per cento delle donne. Un altro aspetto che allarma WeWorld è il fatto che, in sede di colloquio di lavoro, continuano a essere segnalate domande illegali: al 61% delle intervistate è stato chiesto se hanno figli o figlie, al 44% se pensando di averne, “ben 22 punti percentuali in più rispetto agli uomini”. A una donna su quattro (25%) è stato chiesto se fosse incinta. Del resto, non possiamo dimenticare che in Italia, il 72,8% delle dimissioni di neogenitori riguarda le madri, e solo il 57,8% delle donne con figli lavora, contro percentuali molto più alte in altri Paesi europei. Il sondaggio ha analizzato anche i fattori di soddisfazione e le emozioni provate sul luogo di lavoro: è emerso che la soddisfazione aumenta quando vi è un equilibrio di genere tra i superiori. Ma non solo: gli uomini risultano “meno soddisfatti quando la loro superiore è una donna (media di 5,9 su 10, rispetto al 6,9 delle donne). Un campanello d’allarme su quanto ancora i luoghi di lavoro siano inospitali per il genere femminile. E la conferma di un quadro di discriminazioni che contribuisce a tenere ancora ai margini le donne.
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