La condanna di Greenpeace al risarcimento di 660 milioni di dollari è una spia di allarme: gli ambientalisti si preparano ad altre battaglie legali

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di Greenpeace

Una giuria di nove persone della Contea di Morton ha emesso nella tarda serata di giovedì scorso un verdetto sulla causa temeraria e infondata mossa da Energy Transfer contro Greenpeace negli Stati Uniti (Greenpeace Inc e Greenpeace Fund) e Greenpeace International, ritenendole responsabili per oltre 660 milioni di dollari. Secondo l'organizzazione ambientalista questo verdetto farà sì che le multinazionali dei combustibili fossili ora cercheranno, con ancora più forza e arroganza, di negare la libertà di parola e impedire le proteste pacifiche. Ma la lotta di Greenpeace contro l'infondata azione legale di Energy Transfer non finisce qui.

Nelle scorse settimane, a dieci anni di distanza dalle proteste guidate dalle comunità indigene contro l'oleodotto Dakota Access, i rappresentanti di Greenpeace International (GPI) e di due entità di Greenpeace negli Stati Uniti sono stati impegnati presso il tribunale della Contea di Morton (in Nord Dakota) nel contrastare un'azione legale milionaria e priva di merito intentata da Energy Transfer (ET), azienda statunitense che realizza oleodotti per il trasporto di combustibili fossili. ET sostiene infatti in modo infondato che le proteste siano state orchestrate da Greenpeace.

«Stiamo assistendo al pericoloso ritorno degli stessi comportamenti che hanno alimentato la crisi climatica, acuito le disuguaglianze sociali e ambientali e anteposto i profitti dei combustibili fossili alla salute pubblica e a un pianeta abitabile. La precedente amministrazione Trump aveva passato quattro anni a smantellare le politiche di protezione dell'aria e dell'acqua e la sovranità indigena. Ora insieme ai suoi alleati vuole finire il lavoro zittendo ogni forma di protesta pacifica. Non ci tireremo indietro. Non ci faremo mettere a tacere», dichiara Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International.

Le azioni legali di Energy Transfer sono chiari esempi di SLAPP, cause temerarie intentate per bloccare gli attivisti e le organizzazioni non profit impegnati nella difesa dell'ambiente con ingenti spese legali, nel tentativo di portarle al fallimento economico e, in ultima analisi, di mettere a tacere ogni dissenso.

Anche le grandi compagnie petrolifere Shell, TotalEnergies ed ENI negli ultimi anni hanno lanciato SLAPP contro diverse realtà di Greenpeace. Un paio di questi casi sono stati fermati con successo. Tra questi, nel 2024, Greenpeace France ha avuto la meglio sulla SLAPP intentata da TotalEnergies, mentre Greenpeace UK e Greenpeace International hanno costretto Shell a rinunciare alla sua causa temeraria. In Italia, la SLAPP intentata da ENI nei confronti di Greenpeace Italia e ReCommon arriverà in tribunale nei prossimi mesi.

In risposta alla SLAPP di Energy Transfer negli Stati Uniti, nel febbraio 2025, GPI ha avviato il primo test della Direttiva anti-SLAPP dell'Unione Europea, presentando un'azione legale presso un tribunale dei Paesi Bassi contro l'azienda statunitense. GPI cercherà di recuperare tutti i danni subiti per via delle cause ripetute e prive di merito di Energy Transfer.

«Energy Transfer non ha scritto l'ultima parola su di noi in questa battaglia, abbiamo appena iniziato la nostra azione legale anti-SLAPP contro i suoi attacchi alla libertà di parola e alle proteste pacifiche. Porteremo Energy Transfer in tribunale a luglio nei Paesi Bassi. Non ci fermeremo», dichiara Kristin Casper, consigliere generale di Greenpeace International.

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