
Acconti Irpef calcolati con le vecchie aliquote, così lo Stato si fa prestare 4 miliardi da dipendenti e pensionati

03/24/2025 12:27 PM
“È come se il governo avesse emesso titoli di Stato per 4,3 miliardi. Ma senza dover versare gli interessi, perché a prestargli i soldi sono i contribuenti”. Monica Iviglia, presidente del Consorzio nazionale Caaf Cgil, sintetizza così gli effetti di una norma approvata a fine 2023 ma le cui conseguenze paradossali sono emerse solo nei giorni scorsi, quando i centri di assistenza fiscale hanno iniziato a elaborare i primi 730. Chi presenta dichiarazione dei redditi per poter detrarre spese mediche, interessi sul mutuo e altre uscite che danno diritto a una riduzione delle imposte dovute si troverà a pagare l’acconto Irpef come se fosse ancora in vigore il vecchio regime con quattro aliquote del 23%, 25%, 35% e 43% e detrazione per redditi di lavoro dipendente da 1.880 euro. Cioè come se il primo modulo della riforma fiscale, con cui i primi due scaglioni sono stati accorpati prevedendo un’aliquota unica del 23% sui redditi fino a 28mila euro, non fosse mai stato approvato. Il risultato? Lavoratori dipendenti, pensionati e autonomi (esclusi quelli che applicano la flat tax) si troveranno a pagare, salvo restituzione nel 2026, un addebito che con il nuovo sistema non sarebbe dovuto.
Stando alle simulazioni della Cgil, un dipendente con poco più di 18mila euro di reddito da lavoro in seguito l’applicazione dei vecchi scaglioni si ritroverà per esempio a pagare 69 euro non dovuti con aliquote e scaglioni in vigore dal 2024. A quota 27mila euro e con una detrazione per familiari a carico il debito fiscale sale da zero a 240 euro. Se lo stesso lavoratore ha anche una detrazione per spese sanitarie, la beffa si aggrava: con i nuovi scaglioni sarebbe arrivato un rimborso di 165 euro, invece salta fuori un acconto di 95 euro. Un pensionato con 15mila euro di trattamento Inps e un altro reddito di importo minimo non tassato alla fonte con le regole attuali non dovrebbe pagare nulla, applicando quelle vecchie dovrà versare 54 euro. Cifre che, beninteso, se nulla cambia nella condizione economica dei contribuenti saranno restituite nel 2026. Ma nel frattempo, appunto, lo Stato si ritrova in cassa più liquidità del dovuto senza corrispondere interessi. Il sindacato ha calcolato che il totale di questi anticipi valga, appunto, 4,3 miliardi di euro. Esattamente il costo della riforma che è stata il primo tassello del cantiere fiscale gestito dal viceministro all’Economia Maurizio Leo.
La “trappola” era, va detto, esplicitamente prevista dal decreto legislativo 216/2023, quello con cui sono state riordinate le aliquote. Il punto è che inizialmente l’esecutivo aveva trovato coperture per la riforma Irpef solo per un anno. Quindi quel provvedimento prevedeva, al comma 4 dell’articolo 1, che “nella determinazione degli acconti dovuti ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e relative addizionali per i periodi d’imposta 2024 e 2025 si assume, quale imposta del periodo precedente, quella che si sarebbe determinata non applicando le disposizioni dei commi 1 e 2“, cioè l’accorpamento delle aliquote centrali e l’allargamento della no tax area. All’epoca il particolare era passato in sordina, anche perché la relazione tecnica non evidenziava l’effetto finanziario temporaneo. Il problema è che la norma è rimasta in vigore anche dopo che, con la legge di Bilancio per il 2025, le tre aliquote sono state confermate e rese strutturali. Una “clamorosa ingiustizia” a danno degli “unici che pagano per intero le imposte”, ha denunciato il segretario confederale Cgil Christian Ferrari.
Dopo che il sindacato ha scoperchiato il vaso di Pandora, le opposizioni sono andate all’attacco del governo, chiedendosi se si tratti di un pasticcio non voluto o ci sia dolo. Maria Cecilia Guerra, responsabile lavoro del Pd, annuncia un’interrogazione al Ministero dell'Economia e parla di “un’operazione senza trasparenza, passata in sordina l'anno scorso e di cui, senza la denuncia della Cgil, molti contribuenti non si sarebbero accorti neppure quest'anno, perché sarà nascosta nei conti della precompilata”. Con l’ulteriore ingiustizia che “niente viene chiesto a chi ha redditi cui non si applica l'Irpef: percettori di redditi di capitale, forfetari, percettori di affitti”. La vicepresidente del M5S, Chiara Appendino, attacca accusando Meloni di “truffare i cittadini facendo pagare loro dell'Irpef non dovuta”. Mentre per i parlamentari 5 stelle delle Commissioni bilancio e finanze la “maxibeffa degli acconti” è solo l’ultima puntata di quello che definiscono “il più grande fallimento fiscale degli ultimi decenni”: “aumento della pressione fiscale dal 41,4 al 42,6% del Pil, trainato dal fiscal drag”, “fallimento del taglio del cuneo fiscale, con i redditi più bassi che perdono addirittura 100 euro al mese“, “fallimento totale del concordato fiscale per gli autonomi, sia come adesioni, sia come gettito”, conseguente “liquefazione della promessa di tagliare l'Irpef sul ceto medio“, “disperati tentativi di rimettere in circolo rottamazioni varie“, “aumento dell'Iva su pannolini, latte in polvere, seggiolini e assorbenti”, “cancellazione degli sconti sulle accise sui carburanti“, “cancellazione o depotenziamento di 15 agevolazioni fiscali edilizie”. Da Avs Nicola Fratoianni mette il dito nella piaga: “Alla fine è proprio il governo di Giorgia Meloni a mettere le mani nelle tasche degli italiani. Un errore clamoroso, da principianti alla sbaraglio. Oppure il maldestro tentativo di imbrogliare i conti e far finta che le casse pubbliche non siano vuote”.
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